La bufala della mappa di Piri Reis

Dalila mi ha scritto un email chiedendomi se potessi fare un’articolo sulla mappa di Piri Reis.…lo farei molto volentieri purtroppo però esiste già un articolo molto bello scritto da Diego Cuoghi  quindi visto che l’argomento e soprattutto il modo in cui esso è trattato risulta molto gradevole lo pubblico molto volentieri nel mio blog così com’è:

ARTICOLO DI DIEGO CUOGHI

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Così come nessuno oggi crede che siano mai esistiti gli strani abitanti della regione del lago Baikal che vediamo in questa immagine, tratta dal trecentesco “Le Livre Des Merveilles”, nessuno dovrebbe prendere per testimonianze geografiche assolutamente certe e credibili le antiche mappe di navigazione, redatte prima della scoperta di precisi metodi di rappresentazione cartografica e soprattutto del modo di calcolare in modo accurato la Longitudine.

Le carte geografiche medievali e rinascimentali spesso si basavano su sistemi di rappresentazione simbolici, potevano mettere il nord a sinistra e il sud a destra, o Gerusalemme al centro del mondo, o enfatizzare la grandezza di una nazione a spese di altre meno importanti. Inoltre in moltissimi casi le mappe non derivavano da osservazioni dirette ma da altre mappe più o meno adattate alle pretese di nazioni come Spagna e Portogallo, in contrasto tra di loro per il dominio sulle terre scoperte di recente. A questo aggiungiamo il fatto che fino al primo decennio del Cinquecento si pensava che quelle nuove terre, toccate prima da Colombo e poi da Vespucci, facessero parte dell’Asia, non di un nuovo continente. Per questo motivo certe mappe univano parti dell’estremo oriente conosciuto con parti delle nuove terre da poco esplorate e a queste venivano spesso aggiunte “terre incognite” a sud, per richiamarsi all‘idea del mondo dei filosofi dell’antica grecia riportati in auge nel rinascimento. Nelle stesse carte geografiche poi vengono spesso rappresentati altri luoghi mitici, come il “Regno del Prete Gianni”, l’isola di Brazil, il Paradiso Terrestre, la Torre di Babele o l’Isola di San Brandano.

Se però proviamo a fare una ricerca in internet inserendo le parole “Piri Reis map” troviamo una quantità di siti più o meno dedicati ai “misteri” in cui si afferma che questa mappa, datata “anno islamico 919” (il nostro 1513), conterrebbe una rappresentazione incredibilmente precisa delle coste dell’Antartide, continente all’epoca ancora sconosciuto. Lo stesso dicasi per altre famose mappe, quelle di Orontius Finaeus del 1531 e di Philippe Buache del 1739. Anche queste , secondo Charles Hapgood, autore di “Mappe degli antichi re del mare – Le prove di una civiltà avanzata nell’era glaciale“, conterrebbero la rappresentazione precisa dell’Antartide prima della glaciazione. La stessa ipotesi viene sostenuta da Erich Von Däniken in “Chariots of Gods” e da Flavio Barbiero in “Una civiltà sotto ghiaccio“. Chi però in anni recenti ha diffuso maggiormente queste teorie è il solito Graham Hancock, col suo best seller fanta-archeologico “Impronte degli Dei” (pagg. 9-35).

Secondo molti appassionati dei misteri le mappe vennero redatte a partire da raffigurazioni antichissime, forse risalenti alla mitica Atlantide, oppure vennero disegnate a partire da visioni possibili solo dall’alto di aerei o astronavi extraterrestri, o basate su fotografie. Questo perchè le conoscenze scientifiche dell’epoca non avrebbero potuto permettere una simile corrispondenza con la realtà.

Sia Hapgood che Hancock affermano che la raffigurazione del continente antartico in queste mappe sarebbe precisissima e, indicando fiumi, laghi e montagne, farebbe supporre che la redazione di quell’antichissimo modello cartografico sarebbe avvenuta 15.000 anni fa. Inoltre ipotizzano che questa rilevazione sarebbe stata possibile solo utilizzando un satellite sospeso ad altissima quota sopra… l’Egitto. Il solito Egitto dei misteri. La spiegazione che cercherò di dare in questa pagina è molto più semplice.

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La mappa dell’ammiraglio turco Piri Re’is, scoperta nel 1929 quando il vecchio Palazzo Imperiale di Istambul venne trasformato in museo, è solo una parte della mappa originale, che raffugurava tutto il mondo conosciuto. In questa porzione superstite si vedono l’oceano Atlantico, le coste occidentali dell’Europa e dell’Africa e quelle orientali dell’America. E’ datata “anno islamico 919” quindi il nostro 1513 (ma venne presentata al Sultano nel 1517). Secondo quanto dichiarato dal suo autore è stata redatta a partire da “venti carte più antiche e di otto mappamondi”. In particolare, in un lungo testo inserito all’interno dell’America del Sud, si parla di come sia stata utilizzata una mappa di Cristoforo Colombo, ma è molto probabile che Reis si sia servito anche dei resoconti di altri esploratori del Nuovo Mondo, soprattutto Portoghesi perchè costoro vengono continuamente citati nelle note sulla mappa. Un articolo a firma di Paul Kahle, con le prime notizie sulla scoperta e con traduzioni di molti dei testi visibili nella carta, venne pubblicato nel 1931 sulla rivista italiana “La Cultura” (anno X, Vol.1, Fasc. 10, pagg. 775-785). I testi vennero poi trascritti integralmente per la prima volta dallo studioso turco Bay Hasan Fehmi e pubblicati da Yusuf Akcura nel saggio “Piri Reis Haritasi” (1935), e poi ripubblicati con qualche variante dalla studiosa turca Ayse Afetinan nel 1954 in “The oldest map of America” (segnalo anche un sito italiano che contiene la traduzione a cura di Marco Capurro). È da notare che pur essendo, questa e altre mappe, piene di testi e di didascalie chiare e leggibilissime, gli autori che le usano come prove per le tesi fanta-archeologiche citano solo pochissime frasi. Nella carta di Piri Reis l‘unica parte abbastanza particolareggiata dell’America del Sud è la costa dell’attuale Brasile, ma il Rio delle Amazzoni viene disegnato in due diverse posizioni. Altre zone invece, che pure già erano state esplorate come i Caraibi, appaiono disegnate in modo molto grossolano e con evidenti errori di proporzioni e orientamento. In una nota Piri Reis afferma di essersi basato anche sulle mappe di Cristoforo Colombo e questo pare confermato dalla particolare (e sbagliata) configurazione data alla zona dei Caraibi. In questa parte della mappa infatti vediamo disegnata quella parte del continente americano in un modo incongruo, con una grande isola disposta lungo l’asse nord-sud, che è difficilmente identificabile con Cuba anche ruotando la mappa di 90 gradi in senso antiorario.

CaraibiPiriReis_Cipango 

Ma quella che vediamo nella mappa di Piri Reis non è altro che la rappresentazione della costa est dell’Asia come era immaginata e disegnata nelle carte del XV secolo probabilmente utilizzate da Colombo. La grande isola contornata in rosso è identificabile con il Giappone (Cipango) così come è raffigurato nel mappamondo di Martin Behaim del 1492.

Behaim_Globe_1492Behaim1492ppiri_p . . . . . .

Il Giappone (Cipango) nel mappamondo di Martin Behaim (1492) e in una sua riproduzione planisferica, confrontato con la zona dei Caraibi nella mappa di Piri Reis.

In quell’epoca infatti alcuni studiosi (tra questi Paolo del Pozzo Toscanelli, Martin Behaim, Antonio de Marchena) ritenevano che la Terra fosse molto più piccola di come è in realtà e l’Asia veniva immaginata al di là dell’Oceano Atlantico, non molto lontana dalle isole Azzorre e dalla leggendaria isola di San Brandano (che compare anche nella mappa di Reis pur non essendo mai esistita se non nei racconti sulle vite dei santi). Proprio per questi aspetti la mappa di Piri Reis è un documento importantissimo, perchè contiene preziose informazioni sulle “mappe di Colombo”, una delle quali probabilmente venne disegnata da Toscanelli.

All’epoca di Piri Reis l‘America del Sud era già stata esplorata prima da Amerigo Vespucci e poi da Binot Paulmier de Gonneville. Vespucci effettuò due viaggi nel nuovo continente tra il 1499 e il 1502 spingendosi fino al 50° parallelo, non molto distante dallo stretto di Magellano e dalla Terra del Fuoco; non è sicuro invece che abbia partecipato a un terzo viaggio tra il 1503 e il 1504. De Gonneville invece rimase nelle terre a sud del Brasile tra il 1503 e il 1505 e al ritorno in Francia portò con sè un indigeno che venne chiamato Essomericq.

Vespucci_viaggi

Anche dopo i viaggi di Amerigo Vespucci, che per primo si rese conto di trovarsi in un nuovo continente e non in Asia, verrà denominata “America” solo quella del Sud. Per diversi anni si continuò infatti a ritenere che le nuove terre scoperte a nord dei Caraibi facessero parte dell’Asia, e che il Giappone (Cipango) si trovasse poco a Ovest di Cuba, come possiamo osservare nei mappamondi del primo ‘500, ad esempio quelli di Giovanni Contarini Francesco Rosselli. Per questi motivi la mappa di Piri Reis, compilata a partire da mappamondi più vecchi assieme a qualche nuova conoscenza di terza mano, è una raffigurazione delle nuove terre che si affacciano sull’Oceano Atlantico molto approssimativa. Perfino mappe risalenti all’inizio del secolo (Juan de La Cosa, 1500; Cantino, 1502) sono più precise nel disegno e nell’orientamento di isole come Cuba, Giamaica e PuertoRico.

L’unica parte dell’America che probabilmente Piri Reis ha ricopiato da una carta abbastanza accurata è la costa dell’attuale Brasile, ma se sovrapponiamo le due linee costiere possiamo facilmente renderci conto che la corrispondenza è solo apparente.

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Il particolare che entusiasma gli appassionati del mistero è però l’estremità inferiore della mappa di Piri Reis, che viene identificata con l’Antartide.Molti affermano che è possibile riconoscere laTerra della Regina Maud e altri territori di quel continente che non sarebbero stati esplorati se non secoli dopo. Purtroppo costoro, Hancock compreso, sostengono questa ipotesi senza fare nessun confronto cartografico o verifica, solamente prendendo per buone le affermazioni di Charles Hapgood. Hancock in particolare, nelle note dei primi due capitoli di “Impronte degli Dei”, quelli in cui tratta delle carte geografiche, non segnala nessun libro sulla storia della cartografia, dimostrando così di non aver nemmeno fatto un tentativo di informarsi, e si limita a citare solamente il lavoro di Hapgood.

Antarctica-MaudSud.

Inoltre nessuno di loro spiega, se davvero la carta di Reis è così precisa come sostengono e se quella raffigurata in basso è l’Antartide, che fine hanno fatto i 2000 chilometri di costa dal Brasile alla Terra del Fuoco (tutta l’Argentina), e come mai questa strana Antartide è attaccata al Brasile invece che trovarsi a più di 4000 chilometri a sud.

Basta osservare con attenzione quella parte di mappa per accorgersi, anche senza essere esperti cartografi, che vi è rappresentata solo l’estremità del continente sudamericano, nei modi approssimativi che permettevano le scarse conoscenze dell’epoca. La raffigurazione è deformata, piegata a destra, molto probabilmente per adattarsi alla particolare forma della pergamena. Inoltre le carte geografiche in quell’epoca servivano anche come strumenti politici, disegnare una terra da una parte o dall’altra del meridiano chiamato “la Raya” che faceva da confine tra l’area di influenza della Spagna e del Portogallo, poteva servire ad accampare pretese di possesso dell’una o dell’altra potenza marinara. Piri Reis nelle note cita continuamente le mappe dei portoghesi ai quali avrebbe fatto comodo che la costa dell’America del sud sotto il Brasile curvasse decisamente a destra, verso l’Africa, in modo da rientrare nei 180° assegnati al Portogallo dal trattato diTordesillas del 1494.

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Non dobbiamo dimenticare inoltre che la Longitudine sarebbe stata calcolata in modo preciso solo nel secolo successivo per cui nelle carte venivano usate notevoli approssimazioni e stili diversi da un tipo di mappa all’altro.

Per identificare i luoghi descritti nella parte sud della mappa di Piri Reis possiamo ruotare di 90 gradi in senso antiorario una carta del sudamerica. Teniamo presente comunque che mancando precisi strumenti di misurazione il disegno di queste coste appena scoperte avveniva sulla base dei primi resoconti di viaggio che parlavano di promontori, isole, estuari di fiumi, golfi… Le carte quindi contenevano informazioni e dati geografici non ancora correttamente calcolati e messi in proporzione l’uno con l’altro.

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Si riconoscono però nella carta di Piri Reis, pur deformati, alcuni particolari come il golfo San Matias e la penisola di Valdes, e l’estremità potrebbe essere la Terra del Fuoco. Volendo azzardare si potrebbe perfino identificare l’imboccatura dello Stretto di Magellano, con il caratteristico piccolo golfo. Se osserviamo bene l’estremità inferiore a destra, quella che dovrebbe rappresentare l’Antartide, si vede il disegno di un serpente, e nella nota di Piri Reis si legge: “Questa terra è disabitata. Tutto è rovina e si dice che siano stati trovati grossi serpenti. Per questa ragione gli infedeli Portoghesi non sono sbarcati in queste terre che si dice siano molto calde“. Certamente una descrizione del genere non ha niente a che fare con l’Antartide.

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Nella mappa di Piri Reis, in basso, compare un arcipelago con un’isola più grande delle altre, chiamata “il de Sare“. Tra le isole si trova la dicitura “Buadalar issizdir, ama bahar coktur“, ovvero “Queste isole sono deserte ma la primavera qui dura a lungo”. Potrebbe trattarsi di una primitiva rappresentazione delle isole Falkland o Malvinas (la più grande delle quali si chiama Soledad), e può sembrare un particolare strano, perchè il piccolo arcipelago venne “ufficialmente” scoperto nel 1592. Ma un gruppo di isole nella stessa posizione è visibile anche nella carta del Circolo Antartico di Pedro Reinel, del 1522. Anche questa carta si trova a Istambul, nella Biblioteca del Museo Topkapi.Reinel_1522Particolare della carta del Circolus Antarticus di Pedro Reinel, 1522 (Istambul, Topkapi)

Possiamo inoltre osservare un gruppo di isole al largo del 50° parallelo già nella carta di Martin Waldseemuller del 1507. È quindi possibile, pur non essendo documentato ufficialmente, che qualcuno dei navigatori che costeggiarono l’estremità sud dell’America nel primo decennio del ‘500 abbia effettivamente avvistato un arcipelago e ne abbia fatto menzione. In certe pagine web relative alla storia delle Isole Falkland viene suggerita questa ipotesi (vedi pagina 1 e pagina 2), e si fanno i nomi di Amerigo Vespucci e di Binot Paulmier de Gonneville.

Waldseemuller_Map_750Waldseemuller_Map_part Carta di Waldseemuller del 1507, con un particolare dell’America del Sud esplorata da Amerigo Vespucci fino al 50° parallelo. A destra un gruppo di isole denominate “Insule delle pulzelle”.

Waldseemuller-partUn altro particolare della carta di Martin Waldseemuller del 1507. L’isola di Cipango (il Giappone) è raffigurata poco lontano dalle coste solo parzialmente esplorate del “nuovo mondo”.

Proprio dalle esplorazioni di Vespucci e dai suoi resoconti di viaggio deriva la carta di Waldseemuller. Questo è il primo documento in cui compare la parola “America“, dato dal’autore al nuovo continente in onore di Amerigo Vespucci. Anche questa carta, così come quelle utilizzate da Colombo, può essere stata alla base del lavoro di compilazione realizzato da Piri Reis.

Dopo l’ultimo viaggio di Vespucci le spedizioni alla ricerca di un passaggio verso l’Asia si moltiplicarono, sempre con risultati negativi fino al 1520. Non è quindi azzardato pensare che prima del 1513 altre spedizioni possano aver percorso il breve tratto di costa che rimaneva, fino allo stretto che si trova al 54° parallelo. Quello stretto poi prenderà il nome da Magellano, che riuscirà nel 1520, a capire che non si trattava di un golfo ma di un passaggio tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico. Il navigatore riuscirà così, con grandi difficoltà ad attraversarlo, raggiungendo poi le Isole Filippine.

Il territorio a sud dello stretto venne all’epoca ritenuto l’estremità settentionale di quel grande continente che secondo la tradizione tolemaica doveva trovarsi attorno al polo australe, per equilibrare la quantità di terre emerse nell’emisfero nord. “Terra Australis Incognita” è la dicitura che in molte carte e planisferi di quel periodo si legge sulla terra al di là dello Stretto di Magellano.

 ...LeTestu_1555_r Mercator_1587_r Camocio_rMappamondi di Camocio, LeTestu e Mercator

Mercator_TerraDelFuego_1569Mercator, Mappamondo, 1569 (part.)

All’estremità della Terra del Fuoco, che venne così chiamata a causa dei falò dei villaggi, intravisti dal navigatore durante la traversata, si trova Capo Horn, battuto dai venti e tempestoso, che venne circumnavigato solo nel 1615. Anche in questo caso il motivo non fu il desiderio di conoscenza ma un semplice interesse economico. Infatti due olandesi Cornelius Shouten e Jacob Lemaire vollero raggiungere i mari dell’Indonesia evitando le rotte già note (Stretto di Magellano, Capo di Buona Speranza), per percorrere le quali non avevano il permesso della Compagna delle Indie. Riuscirono nell’impresa ma una volta giunti a Giava furono arrestati dalle autorità olandesi le quali non vollero credere alla nuova rotta da loro seguita perchè ritenevano la Terra del Fuoco una penisola unita alla “Terra Australis”.

Lemaire1615 Lemaire1615b . . .

La carta disegnata da Jan Jansson dopo la circumnavigazione della Terra del Fuoco da parte di Lemaire. A destra il particolare dell’imboccatura dello Stretto di Magellano messo a confronto con un particolare della carta di Piri Reis. Sotto un confronto tra lo stesso particolare e una carta attuale, ruotata di 90° in senso antiorario.

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Può essere solo una coincidenza, ma non si può non notare la presenza, in entrambe le carte, dei due bacini che formano l’ingresso dello Stretto di Magellano, e poco più a sud un’altra grande insenatura. E’ possibile che alla fine il mistero della Mappa di Piri Reis sia proprio questo? Piri Reis si è forse servito di resoconti di viaggi di navigatori portoghesi che raggiunsero la Terra del Fuoco prima di Magellano? Il navigatore salpò nel 1519, e pare che già sapesse dell’esistenza di questo stretto o insenatura perchè “lo aveva visto, nella Tesoreria del Re del Portogallo, in una mappa disegnata da Martin de Bohemia” (Martin Behaim), come racconta il cronista del viaggio, Antonio Pigafetta. Oppure, al contrario, possiamo ipotizzare che l’estremità della mappa sia stata aggiunta in un secondo momento, dopo il viaggio di Magellano del 1519? Sappiamo infatti che la carta di Pedro Reinel, conservata nella stessa Biblioteca del Topkapi, venne ritoccata probabilmente in seguito alla scoperta dello Stretto di Magellano (“Portolani e carte nautiche XIV-XVIII secolo“, Istituto Italiano di Cultura di Istambul, 1994, pag. 62-63).

Ma l’ipotesi più probabile rimane quella secondo la quale nel disegnare l’estremità del continente sudamericano Piri Reis si sarebbe rifatto alle teorie geografiche più diffuse nei primi decenni del ‘500. Secondo molti geografi dell’epoca infatti la parte più meridionale dell’America del Sud sarebbe stata unita alla mitica Terra Australis Incognita. Una carta che ci può permettere di ricostruire l’aspetto che poteva avere la mappa completa di Piri Reis è quella attribuita a Lopo Homem, che fa parte dell’ Atlante Miller conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia:

Atlas_Miller_Homem_1519

In questo mappamondo realizzato nel 1519 vediamo che l’estremità ancora inesplorata del continente sudamericano piega verso est, andando a formare il mitico continente australe che, toccando l’arcipelago indonesiano, prosegue senza soluzione di continuità fino all’estremità dell’Asia.

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9 responses to “La bufala della mappa di Piri Reis”

  1. Dalila says :

    Grazie …. non lo conoscevo…. molto interessante

  2. Gi says :

    peccato, anche se parte delle zone segnate sono vere, mi è crollato un mito!

  3. Lorenzo Razzano says :

    E’ un articolo vergognoso e fuorviante, in linea con tutta la spazzatura che il CICAP vomita sulla rete sull’argomento. Innanzitutto non riporti la proiezione presentata da Hancock sul suo volume che dimostra che l’Argentina c’è eccome. E soprattutto dedichi una sola, inutile frase all’argomento longitudine che è invece decisiva per carpire la grandiosità di questa mappa. La longitudine è precisa (come si può anche riscontrare dalla mappa moderna che hai riportato per giustificare – falsamente – la non esistenza dell’Argentina) è ciò non è possibile visto che è stato possibile determinarla con cronometri di precisione solo alla fine del secolo XVIII. Questa è a mio avviso la prova che siamo di fronte ad un documento eccezionale.

    • die2878 says :

      Partendo dal presupposto che l’articolo non l’ho scritto io sebbene lo condivida pienamente sarà pure un articolo vergognoso e forviante come dice lei ma rimane in linea con i vari articoli reperibili in rete su i vari WIkipedia in 22 lingue, compreso quello in Italiano http://it.wikipedia.org/wiki/Mappa_di_Piri_Reis e in inglese http://en.wikipedia.org/wiki/Piri_Reis_map se poi lei non è d’accordo è liberissimo di farlo personalmente io ritengo che, avendo letto sia lo scritto di D. Cuoghi vero autore dell’articolo come detto nel post e avendo visto sia visivamente (video sotto) sia leggendo il suo volume L’impronta degli dei ,la teoria di Hancock, che la teoria di quest’ultimo sia sbagliata.

      Detto ciò , e sottolineando che si è liberi di esternare il proprio pensiero, la prego di essere più educato in quanto si possono fare in maniera sicuramente più corretta le propire esternazioni e non mi riferisco agli aggettivi usati per l’articolo essendo quello un suo parere personale, ma nel modo in cui esprime il suo pensiero, tanto più che quando lei mi ha chiesto il favore di segnarle le pagine del libro di Puma Punku non mi sembra di essere stato scortese, ma anzi sono stato ben felice di segnalargliele. Immagino comunque che lei l’abbia scritto sull’onda emotiva alla fine della lettura del post e quindi la capisco però la prego in futuro se possibile di essere più educato

      • das says :

        Non condivido l’atteggiamento eccessivamente presuntuoso e goliardico del sito ma ciò non significa che non possa utilizzare talvolta certe indicazioni e informazioni che vi sono presenti. Non vedo affatto come quell’isola possa essere identificata nel Giappone. In ogni caso la mappa può essere interpretata agevolmente anche seguendo altre linee di pensiero che non quella misterofila. Carta molto poco sovrapponibile ad una geografia riconoscibile e nota (per me).

      • die2878 says :

        Non vedo cosa vi sia di presuntuoso nel proporre un visione realista di alcuni enigmi o meglio una visione troppo spesso “dimenticata” da sedicenti esperti, desolato invece che non sia di suo gradimento l’ironia che contraddistingue alcuni post, è un modo a volta solo per smorzare i toni a volte troppo accesi su questi argomenti. Nel post, che riporta l’articolo di Cuoghi, la spiegazione, a parer mio, risulta esauriente anche nel particolare frangente della citazione del Cipango. Detto ciò ognuno ovviamente è libero di pensarla come più lo aggrada.
        Saluti
        Diego

    • Giallorenzo Mario says :

      Sono d’accordo col signor Lorenzo Razzano Dall’articolo di Cuoghi traspaiono molta erudizione e nozionismo, una buona dose di disonestà intellettuale (lo dico senza peli sulla lingua) e una scarsa capacità di cogliere l’essenziale di ciò di cui si discute.
      Il signor Cuoghi si smonta in dieci minuti, senza scomodare Barbiero, verso il quale muove, sostanzialmente, quattro contestazioni, due più rilevanti, due meno.
      Le minori sono queste.
      1) Se quelle mappe sono esistite, come hanno fatto a resistere per migliaia di anni.
      Ma Cuoghi pensa forse che gli amanuensi, i trascrittori, siano esistiti solo nel Medioevo? Dove sta scritto che quelle mappe dovevano essere per forza gli originali?
      2) Se sono esistite, dove sono finite?
      È ovvio che sono andate distrutte. Mettiamoci nei panni di chi le possedeva. Abbiamo delle mappe di ignota provenienza, che indicano l’esistenza di terre, continenti e isole sconosciuti, ignorati fino ad ora. Convinti di possedere un autentico tesoro, ce ne serviamo per la nostra navigazione. Ma all’eccitazione si sostituisce ben presto la frustrazione nell’accorgerci che molte cose, anzi quasi tutto, non corrisponde: mancano isole, le coordinate sono sbagliate. Chiaro che pensiamo si tratti di un falso, di una truffa, e ce ne disfiamo. Se ne salvano solo alcune, per caso, forse perché i possessori ne sono legati nonostante tutto, forse perché, come per Piri Reis, le hanno disegnate loro.
      Emblematico è il caso di Magellano, citato da Barbiero: era un uomo dei suoi tempi, certamente in grado di capire se le carte che possedeva fossero disegnate da suoi contemporanei o contenessero qualche elemento che le rendeva autentiche in maniera inquietante, degne di fiducia, al punto da prestar loro fede oltre ogni ragionevolezza.
      Ma se Barbiero ha ragione, e ne ha da vendere, quelle mappe erano valide, ma per un tempo in cui l’asse era spostato e il livello dei mari era più basso.

      Le due obiezioni maggiori riguardano i planisferi e la mappa di Piri Reis.

      Nel primo caso, il signor Cuoghi mostra di non riuscire ad afferrare il punto saliente. Per lunghi periodi di tempo, ciò che è scritto su una mappa diventa relativo. Ciò che conta è la topografia, la rappresentazione delle terre. Tremila anni fa Portogallo e Spagna non esistevano come entità politiche, ma la penisola iberica c’era eccome.
      Supponiamo, quindi, che gli autori dei planisferi abbiano agito autonomamente e siano i responsabili in toto delle loro opere. Perché tutti hanno usato quella particolare forma? Un continente unico, una enorme isola, con tre grandi rientranze? La quale, checché ne dica Cuoghi, più o meno stilizzata, più o meno evidente, è la forma dell’Antartide? Lo schema O-T non giustifica niente, perché non riesce a spiegare tanti piccoli particolari minori presenti o assenti. E possibile, ad esempio, che non uno tra gli autori dei planisferi avesse la più pallida idea delle caratteristiche dell’Italia e del Mediterraneo? Che nessuno conoscesse le Colonne d’Ercole, che rendono questo mare un bacino chiuso? Quindi secondo Cuoghi le conoscenze e le ipotesi dei popoli antichi, in particolare Greci e Romani, vanno bene per smontare le mappe sulla Terra Australis ma non servono per disegnare una mappa più corretta del mondo? Ma Cuoghi dice che questi non contengono conoscenze geografiche perché sono rappresentazioni ideali del mondo. Ma se la rappresentazione è ideale, perché di contro vengono indicati luoghi e città concrete? Passi per Roma o Gerusalemme, ma perché, per esempio, l’Etiopia che non possiede certo la stessa rilevanza storica e religiosa?
      Supponiamo, ora, che i planisferi derivino tutti da un originale disegnato nel Medioevo. Non si capisce perché avrebbero dovuto essere così tanto diversi pur possedendo la stessa struttura di fondo. Senza contare che le indicazioni poste su di esse dovevano essere le stesse: perché variarle se se ne comprende perfettamente la lingua?
      Tutto diventa più semplice se si ammette l’idea che quei planisferi non siano che l’ennesima copia di tante altre passate, deformate e rese differenti dalle diverse vicissitudini seguite nel tempo. Quanto ai nomi mitici, questi vengono apposti perché, a differenza dei loro predecessori, che li hanno ricopiati fedelmente pur senza comprenderne significato e lingua, gli autori medievali avevano una caratteristica, del tutto assente in precedenza: erano figli di religioni monoteistiche, arroganti e violente, convinte di conoscere la Verità, ansiose di piegare tutto a tutti a quella Verità rivelata.

      Quanto alla mappa di Piri Reis, l’ho vista per la prima volta proprio sul libro di Barbiero, e l’ho vista convinto di essere sul punto di scoprire qualcosa di evidente e rivelatore: è stata una delusione. La prima cosa che ho pensato è stata: ma dov’è l’Antartide? Dopo quindici anni ancora non riesco a vederla… ma, nuovamente, il punto fondamentale non è questo.
      Intanto, vorrei ancora una volta sottolineare la disonestà intellettuale di Cuoghi, quando dice che per questa mappa Barbiero si fida ciecamente di Hapgood senza verificare la fonte. Bè, ma Barbiero cita tutte le verifiche fatte da esperti (Arlington H. Mallery, direttore del servizio idrografico della Marina USA; L.W. Burroughs, capo della Sezione Cartografica di una base aerea del Massachussetts) per conto di Hapgood, verifiche durate anni ed effettuate da chi certamente possiede più possibilità di Barbiero (e dello stesso Cuoghi).
      Per tornare alla mappa di Piri Reis, non sono un cartografo, e non posso obiettare alla spiegazione di questa mappa fatta da Cuoghi. Dal momento che non c’è stacco tra Sudamerica e Antartide, potrebbe benissimo trattarsi del Sudamerica deformato. Però si possono fare delle considerazioni.
      Intanto, va sempre tenuto conto che se ha ragione Barbiero, quella mappa disegna l’Antartide quando il livello del mare era più basso di circa 130 metri, e questo poteva modificare di molto l’aspetto attuale della zona, anche se è difficile credere che i due continenti fossero attaccati (un’occhiata a qualche mappa dei fondali oceanici potrebbe chiarire tutto). Ma anche considerando quella zona come il Sudamerica deformato – e devo ammettere che mi sembra abbastanza evidente – ci sono aspetti che non tornano. Per esempio, possibile che la zona all’epoca più accessibile, i Caraibi, fosse cartografata malamente, e più ci si allontana da essa più i rilevamenti aumentano di precisione? Il Sudamerica è disegnato benissimo, con un’ottima precisione longitudinale che per l’epoca era un fatto straordinario (e lo stesso Cuoghi lo sottolinea). Inoltre, possibile che più si scende giù più aumenta la ricchezza dei particolari, al punto che alcuni (Hapgood) vi riconoscono l’Antartide altri (Cuoghi) il Sudamerica? Non è un controsenso? E per di più questa precisione, secondo Cuoghi, sarebbe scaturita da pochissimi viaggi non documentati (Vespucci, de Gonneville)? È questo il vero aspetto sconcertante della mappa di Piri Reis: che di Sudamerica o Antartide si tratti, da dove scaturisce quella accuratezza di particolari a inizio ‘500?
      Io credo che Cuoghi sia prevenuto su questi temi. Basta pensare alle mappe di Buache e di Fineo. Quella di Buache sarà anche una copia che descrive un continente immaginario, ma resta il fatto che la forma complessiva è quella dell’Antartide, per di più come apparirebbe se i ghiacci si sciogliessero, visto che non è un’isola unica. E perché Buache avrebbe sentito la necessità di disegnare questa seconda copia? Che senso aveva dopo averne appena disegnato una coi dati concreti di cui disponeva? Viaggiava forse a giorni alterni, un giorno il cartografo, un altro il fantasioso cercatore di miti?
      Quanto alla mappa di Fineo, l’autore non doveva essere un portento visto che colloca il Brasile in prossimità del polo. E tuttavia, proprio questo rende più significativa quella mappa. Quella rappresentata sarà anche una terra ideale, ma se Cuoghi non vede in quella forma (di nuovo la forma! Perché proprio quella?) l’Antartide riconoscibilissima vuol dire che è cieco o, appunto, prevenuto.
      Ma in tutta questa diatriba sulle mappe, la ragione pende dalla parte di Barbiero quando si faccia un ragionamento generale. C’è un’evidente asimmetria nelle posizioni di Barbiero e di Cuoghi.
      Il primo ha un’intuizione, e formula una ipotesi. Questa da origine a una teoria coerente, fluida, priva di forzature. Molti fatti convergono in un’unica direzione, si incastrano perfettamente e formano un tutt’uno organico e coerente. La teoria di Barbiero è di una evidenza schiacciante proprio per questo, e regge a prescindere dal discorso sui planisferi e sui portolani, che sono semmai un di più. È evidente perché quella teoria risolve un mucchio di misteri in maniera ragionevole e chiara, ad alcuni dei quali Barbiero non ha nemmeno pensato (o forse non ne parla perché esulano dall’argomento del libro).
      Cuoghi prende solo uno di quei fatti, crede (pretende!) di averlo smontato e da questo conclude che la teoria di Barbiero – Atlantide era nell’Antartide – è sbagliata. Non molto scientifico e non molto onesto. In realtà, da quanto detto e da altri piccoli particolari qui e là, io ho ricavato una netta impressione: Cuoghi il libro di Barbiero non l’ha proprio letto, e se l’ha letto non lo ha capito per niente.

      Mario Giallorenzo

  4. Giallorenzo Mario says :

    Sono d’accordo col signor Lorenzo Razzano Dall’articolo di Cuoghi traspaiono molta erudizione e nozionismo, una buona dose di disonestà intellettuale (lo dico senza peli sulla lingua) e una scarsa capacità di cogliere l’essenziale di ciò di cui si discute.
    Il signor Cuoghi si smonta in dieci minuti, senza scomodare Barbiero, verso il quale muove, sostanzialmente, quattro contestazioni, due più rilevanti, due meno.
    Le minori sono queste.
    1) Se quelle mappe sono esistite, come hanno fatto a resistere per migliaia di anni.
    Ma Cuoghi pensa forse che gli amanuensi, i trascrittori, siano esistiti solo nel Medioevo? Dove sta scritto che quelle mappe dovevano essere per forza gli originali?
    2) Se sono esistite, dove sono finite?
    È ovvio che sono andate distrutte. Mettiamoci nei panni di chi le possedeva. Abbiamo delle mappe di ignota provenienza, che indicano l’esistenza di terre, continenti e isole sconosciuti, ignorati fino ad ora. Convinti di possedere un autentico tesoro, ce ne serviamo per la nostra navigazione. Ma all’eccitazione si sostituisce ben presto la frustrazione nell’accorgerci che molte cose, anzi quasi tutto, non corrisponde: mancano isole, le coordinate sono sbagliate. Chiaro che pensiamo si tratti di un falso, di una truffa, e ce ne disfiamo. Se ne salvano solo alcune, per caso, forse perché i possessori ne sono legati nonostante tutto, forse perché, come per Piri Reis, le hanno disegnate loro.
    Emblematico è il caso di Magellano, citato da Barbiero: era un uomo dei suoi tempi, certamente in grado di capire se le carte che possedeva fossero disegnate da suoi contemporanei o contenessero qualche elemento che le rendeva autentiche in maniera inquietante, degne di fiducia, al punto da prestar loro fede oltre ogni ragionevolezza.
    Ma se Barbiero ha ragione, e ne ha da vendere, quelle mappe erano valide, ma per un tempo in cui l’asse era spostato e il livello dei mari era più basso.

    Le due obiezioni maggiori riguardano i planisferi e la mappa di Piri Reis.

    Nel primo caso, il signor Cuoghi mostra di non riuscire ad afferrare il punto saliente. Per lunghi periodi di tempo, ciò che è scritto su una mappa diventa relativo. Ciò che conta è la topografia, la rappresentazione delle terre. Tremila anni fa Portogallo e Spagna non esistevano come entità politiche, ma la penisola iberica c’era eccome.
    Supponiamo, quindi, che gli autori dei planisferi abbiano agito autonomamente e siano i responsabili in toto delle loro opere. Perché tutti hanno usato quella particolare forma? Un continente unico, una enorme isola, con tre grandi rientranze? La quale, checché ne dica Cuoghi, più o meno stilizzata, più o meno evidente, è la forma dell’Antartide? Lo schema O-T non giustifica niente, perché non riesce a spiegare tanti piccoli particolari minori presenti o assenti. E possibile, ad esempio, che non uno tra gli autori dei planisferi avesse la più pallida idea delle caratteristiche dell’Italia e del Mediterraneo? Che nessuno conoscesse le Colonne d’Ercole, che rendono questo mare un bacino chiuso? Quindi secondo Cuoghi le conoscenze e le ipotesi dei popoli antichi, in particolare Greci e Romani, vanno bene per smontare le mappe sulla Terra Australis ma non servono per disegnare una mappa più corretta del mondo? Ma Cuoghi dice che questi non contengono conoscenze geografiche perché sono rappresentazioni ideali del mondo. Ma se la rappresentazione è ideale, perché di contro vengono indicati luoghi e città concrete? Passi per Roma o Gerusalemme, ma perché, per esempio, l’Etiopia che non possiede certo la stessa rilevanza storica e religiosa?
    Supponiamo, ora, che i planisferi derivino tutti da un originale disegnato nel Medioevo. Non si capisce perché avrebbero dovuto essere così tanto diversi pur possedendo la stessa struttura di fondo. Senza contare che le indicazioni poste su di esse dovevano essere le stesse: perché variarle se se ne comprende perfettamente la lingua?
    Tutto diventa più semplice se si ammette l’idea che quei planisferi non siano che l’ennesima copia di tante altre passate, deformate e rese differenti dalle diverse vicissitudini seguite nel tempo. Quanto ai nomi mitici, questi vengono apposti perché, a differenza dei loro predecessori, che li hanno ricopiati fedelmente pur senza comprenderne significato e lingua, gli autori medievali avevano una caratteristica, del tutto assente in precedenza: erano figli di religioni monoteistiche, arroganti e violente, convinte di conoscere la Verità, ansiose di piegare tutto a tutti a quella Verità rivelata.

    Quanto alla mappa di Piri Reis, l’ho vista per la prima volta proprio sul libro di Barbiero, e l’ho vista convinto di essere sul punto di scoprire qualcosa di evidente e rivelatore: è stata una delusione. La prima cosa che ho pensato è stata: ma dov’è l’Antartide? Dopo quindici anni ancora non riesco a vederla… ma, nuovamente, il punto fondamentale non è questo.
    Intanto, vorrei ancora una volta sottolineare la disonestà intellettuale di Cuoghi, quando dice che per questa mappa Barbiero si fida ciecamente di Hapgood senza verificare la fonte. Bè, ma Barbiero cita tutte le verifiche fatte da esperti (Arlington H. Mallery, direttore del servizio idrografico della Marina USA; L.W. Burroughs, capo della Sezione Cartografica di una base aerea del Massachussetts) per conto di Hapgood, verifiche durate anni ed effettuate da chi certamente possiede più possibilità di Barbiero (e dello stesso Cuoghi).
    Per tornare alla mappa di Piri Reis, non sono un cartografo, e non posso obiettare alla spiegazione di questa mappa fatta da Cuoghi. Dal momento che non c’è stacco tra Sudamerica e Antartide, potrebbe benissimo trattarsi del Sudamerica deformato. Però si possono fare delle considerazioni.
    Intanto, va sempre tenuto conto che se ha ragione Barbiero, quella mappa disegna l’Antartide quando il livello del mare era più basso di circa 130 metri, e questo poteva modificare di molto l’aspetto attuale della zona, anche se è difficile credere che i due continenti fossero attaccati (un’occhiata a qualche mappa dei fondali oceanici potrebbe chiarire tutto). Ma anche considerando quella zona come il Sudamerica deformato – e devo ammettere che mi sembra abbastanza evidente – ci sono aspetti che non tornano. Per esempio, possibile che la zona all’epoca più accessibile, i Caraibi, fosse cartografata malamente, e più ci si allontana da essa più i rilevamenti aumentano di precisione? Il Sudamerica è disegnato benissimo, con un’ottima precisione longitudinale che per l’epoca era un fatto straordinario (e lo stesso Cuoghi lo sottolinea). Inoltre, possibile che più si scende giù più aumenta la ricchezza dei particolari, al punto che alcuni (Hapgood) vi riconoscono l’Antartide altri (Cuoghi) il Sudamerica? Non è un controsenso? E per di più questa precisione, secondo Cuoghi, sarebbe scaturita da pochissimi viaggi non documentati (Vespucci, de Gonneville)? È questo il vero aspetto sconcertante della mappa di Piri Reis: che di Sudamerica o Antartide si tratti, da dove scaturisce quella accuratezza di particolari a inizio ‘500?
    Io credo che Cuoghi sia prevenuto su questi temi. Basta pensare alle mappe di Buache e di Fineo. Quella di Buache sarà anche una copia che descrive un continente immaginario, ma resta il fatto che la forma complessiva è quella dell’Antartide, per di più come apparirebbe se i ghiacci si sciogliessero, visto che non è un’isola unica. E perché Buache avrebbe sentito la necessità di disegnare questa seconda copia? Che senso aveva dopo averne appena disegnato una coi dati concreti di cui disponeva? Viaggiava forse a giorni alterni, un giorno il cartografo, un altro il fantasioso cercatore di miti?
    Quanto alla mappa di Fineo, l’autore non doveva essere un portento visto che colloca il Brasile in prossimità del polo. E tuttavia, proprio questo rende più significativa quella mappa. Quella rappresentata sarà anche una terra ideale, ma se Cuoghi non vede in quella forma (di nuovo la forma! Perché proprio quella?) l’Antartide riconoscibilissima vuol dire che è cieco o, appunto, prevenuto.
    Ma in tutta questa diatriba sulle mappe, la ragione pende dalla parte di Barbiero quando si faccia un ragionamento generale. C’è un’evidente asimmetria nelle posizioni di Barbiero e di Cuoghi.
    Il primo ha un’intuizione, e formula una ipotesi. Questa da origine a una teoria coerente, fluida, priva di forzature. Molti fatti convergono in un’unica direzione, si incastrano perfettamente e formano un tutt’uno organico e coerente. La teoria di Barbiero è di una evidenza schiacciante proprio per questo, e regge a prescindere dal discorso sui planisferi e sui portolani, che sono semmai un di più. È evidente perché quella teoria risolve un mucchio di misteri in maniera ragionevole e chiara, ad alcuni dei quali Barbiero non ha nemmeno pensato (o forse non ne parla perché esulano dall’argomento del libro).
    Cuoghi prende solo uno di quei fatti, crede (pretende!) di averlo smontato e da questo conclude che la teoria di Barbiero – Atlantide era nell’Antartide – è sbagliata. Non molto scientifico e non molto onesto. In realtà, da quanto detto e da altri piccoli particolari qui e là, io ho ricavato una netta impressione: Cuoghi il libro di Barbiero non l’ha proprio letto, e se l’ha letto non lo ha capito per niente.

    Mario Giallorenzo

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